Quando le parole diventano una responsabilità.
Nel mondo dell’allevamento felino ci sono espressioni che ricorrono frequentemente.
«Le mie linee di sangue.»
«La mia selezione.»
Parole importanti, pronunciate talvolta con orgoglio, altre volte quasi a voler rivendicare un’identità, un’esclusività, un risultato che appartiene soltanto a chi le pronuncia.
Ma ci siamo mai fermati a riflettere su cosa significhino realmente?
Le mie linee di sangue
Una linea di sangue non nasce nel momento in cui acquistiamo un riproduttore, né diventa nostra semplicemente perché il suo pedigree porta il nome del nostro allevamento.
Ogni gatto porta con sé una storia genetica che precede il nostro lavoro.
Dietro di lui ci sono generazioni di soggetti, accoppiamenti, scelte, risultati e, inevitabilmente, anche errori. Ci sono allevatori che hanno lavorato prima di noi, contribuendo a costruire ciò che oggi abbiamo la possibilità di utilizzare nei nostri programmi di allevamento.
Una linea di sangue non si possiede. Si eredita, si conosce, si interpreta e si accompagna verso il futuro.
Possiamo parlare di una nostra linea quando, attraverso le generazioni, abbiamo sviluppato un percorso riconoscibile, frutto di scelte consapevoli e di un lavoro continuativo.
Ma anche allora, ciò che abbiamo costruito non cancella il contributo di chi ci ha preceduto.
La genealogia racconta da dove proviene un gatto. Il nostro lavoro dovrebbe raccontare dove abbiamo scelto di portare quella storia.
La mia selezione
Questa espressione porta con sé una responsabilità ancora più grande.
Selezionare non significa semplicemente scegliere il gatto che ci piace di più, quello che possiede il colore più richiesto o quello che presenta caratteristiche particolarmente appariscenti.
Non significa nemmeno ottenere un soggetto vincente in esposizione e considerarlo automaticamente il risultato di un programma di selezione riuscito.
La selezione è un percorso che richiede conoscenza, osservazione, capacità di valutazione e disponibilità a mettere in discussione le proprie scelte.
Significa conoscere ciò che un soggetto può trasmettere, comprendere quali caratteristiche desideriamo preservare e quali aspetti richiedono attenzione.
Significa considerare la salute, la variabilità genetica, il carattere, la morfologia e la compatibilità tra i riproduttori, senza dimenticare che ogni accoppiamento produce individui, non semplicemente risultati.
Ma soprattutto significa comprendere che non tutto ciò che possiamo riprodurre dovrebbe necessariamente essere riprodotto.
La selezione si manifesta anche nelle rinunce.
Nella decisione di non utilizzare un soggetto, pur essendo esteticamente straordinario.
Nella scelta di interrompere un progetto quando emergono elementi che non avevamo previsto.
Nella capacità di riconoscere che un risultato non corrisponde agli obiettivi che ci eravamo posti.
E nell’umiltà di comprendere che vent’anni di esperienza non ci mettono al riparo dagli errori, ma dovrebbero renderci maggiormente consapevoli delle conseguenze delle nostre decisioni.
Il significato di quel «mio»
C’è una parola che accomuna entrambe le espressioni.
Mio.
Le mie linee di sangue.
La mia selezione.
Ma cosa stiamo realmente rivendicando quando utilizziamo questo possessivo?
La proprietà di una genealogia?
L’esclusività di determinate caratteristiche?
Il merito di aver ottenuto un particolare risultato?
Oppure la responsabilità delle scelte che hanno portato alla nascita di quei gatti?
Perché se rivendichiamo come nostra una linea di sangue, dobbiamo essere disposti a riconoscerne anche le fragilità.
Se definiamo nostra una selezione, dobbiamo assumerci la responsabilità non soltanto dei soggetti che ci rendono orgogliosi, ma anche di quelli che ci hanno costretto a rivedere le nostre convinzioni.
Non possiamo attribuirci il merito dei risultati desiderati e considerare estranei al nostro lavoro quelli che non corrispondono alle aspettative.
Una selezione non è soltanto ciò che scegliamo di mostrare. È anche ciò che abbiamo avuto il coraggio di riconoscere, affrontare e modificare.
Ciò che rimane dopo di noi
Credo che il significato più profondo dell’allevamento risieda proprio qui.
Non nella necessità di affermare che una linea di sangue ci appartiene, ma nella consapevolezza di aver contribuito alla sua storia.
Non nel desiderio di vedere riconosciuta la nostra selezione, ma nella responsabilità di lasciare qualcosa che abbia valore anche per le generazioni successive.
Ogni riproduttore che scegliamo, ogni accoppiamento che programmiamo, ogni cucciolo che nasce rappresenta una conseguenza delle nostre decisioni.
Alcuni di quei cuccioli entreranno a far parte di nuove famiglie. Altri potranno contribuire ai programmi di allevamento futuri, nostri o di altri allevatori.
In entrambi i casi, il nostro lavoro continuerà a esistere attraverso di loro.
Ed è proprio questo che dovrebbe dare significato alle parole che utilizziamo.
Perché una linea di sangue non è importante soltanto per ciò che racconta del passato.
E una selezione non dovrebbe essere valutata soltanto per ciò che riesce a mostrare nel presente.
Entrambe acquistano significato soprattutto attraverso ciò che lasceranno al futuro.

Le mie linee di sangue non sono ciò che possiedo. Sono la storia che ho ricevuto e la responsabilità di ciò che lascerò.
La mia selezione non è ciò che rivendico. È ciò di cui scelgo di rispondere.
La loro vita. La nostra responsabilità.

